Scrivono di Noi  
Un mondo di maldobrie

Il libro:
Un mondo di maldobrìe
di Carpinteri & Faraguna
Prefazione di Tullio Kezich
256 pagine, € 18,00

Da IL PICCOLO del 17 giugno 2007:

SCRITTORI Folgoranti storie che ridanno voce a un mondo giuliano-dalmata scomparso da tempo
CARPINTERI & FARAGUNA: TORNANO LE MALDOBRÌE
Mgs Press pubblica un’antologia con i testi migliori scritti dai due autori

di Renzo Sanson

Le «Maldobrìe» sono l'opera più nota della ditta Carpinteri & Faraguna. «Maldobrìa» è una parola derivata dal croato «malo dobro» (poco bene, mica bene, così così) ed entrata, grazie ai due autori triestini, nell’uso comune con il significato di marachelle, birbonate. Lino Carpinteri, classe 1924, e Mariano Faraguna (1924-2001), giornalisti, scrittori e commediografi, vararono la serie nel 1966 pubblicando la prima raccolta di storie e racconti di ambiente giuliano-dalmata ispirati al ricordo di un mondo che non c'è più, che la coppia triestina aveva già collaudato alla radio e che poi hanno avuto altrettanto successo in libreria e sulle scene teatrali.
Al primo volume, «Le Maldobrìe», divenuto un classico della letteratura triestina in dialetto (ben 12 edizioni e perfino un’edizione a fumetti, di Walter Chendi), ne seguirono altri cinque: «Prima della prima guerra» (1967), «L'Austria era un paese ordinato» (’69), «Noi delle vecchie province» (’71), «Povero nostro Franz» (’76), «Viva l'A» (’83). Tutti libri che hanno fatto il giro del mondo, sulle tante rotte dell’esodo (dalle Americhe all’Australia) e non solo.
Oggi questi libri sono praticamente introvabili. E la Mgs Press ha pensato bene di venire incontro alle tante richieste pubblicando un’antologia con le più belle «Maldobrìe», tratte dai sei libri della fortunata collana, con il titolo «Il mondo delle Maldobrìe» (pagg, 256, euro 18.00, prefazione di Tullio Kezich), che sarà nelle librerie da martedì e sarà presentata mercoledì 27 giugno, alle 18, nella piazzetta della Stazione ferroviaria di Trieste con letture di Ariella Reggio e Gianfranco Saletta.
Tornano così a navigare i tanti indimenticabili personaggi inventati da C&F, che fin dai nomi evocano tutto un mondo: da Jurissevich a Polidrugo, dal vecio Pillepich a Nicoleto Nicolich (che fa tornare dolorosamente in mente Orazio Bobbio, suo interprete in Contrada), da Bepi Màrovich a Marco Mitis, da Nicoleto Brazzànovich a Martin Gherbatz, dal nostromo (anzi «Nostro-omo») Fatutta ai Comandanti Giadrossich, Ossòinak, Dùndora, Nacìnovich, Terdoslàvich.
E, di pagina in pagina, di maldobrìa in maldobrìa, imbarcandosi a Trieste sulle piccole grandi navi dell’Ungaro-Croata e poi del Lloyd Austriaco, il lettore fa tappa a Pirano, Salvore, Umago, Parenzo, Orsera, Rovigno, Fasana, Pola, Fiume, le isole di Cherso, Lussino (Grande e piccola, natürlich), e giù giù fino in fondo alla Dalmazia, fino agli scogli di Cazza e Cazziùl, per poi approdare in Grecia e nelle contrade di Levante, nei porti di Istanbul, Beirut, in Siria («che bei tapèdi, e i costava un bianco e un nero!») e fino in Estremo oriente, nei porti della Cina e del Giappone, e poi, dall’altra parte, fino a «Nèvjork» (con l’Austro-Americana) sulle tante rotte frequentate dalle navi e dai marittimi triestini, istriani, dalmati.
Partendo da prima della Prima Guerra Mondiale (e arrivando fino alla Seconda) i loro racconti sono ambientati soprattutto nelle provincie adriatiche dell'Impero Asburgico e rivivono attraverso i ricordi e i battibecchi di sior Bortolo (marinaio in pensione, dalle mille avventure, reali o millantate) e della siora Nina, sempre con un fondo di saggezza popolare: «La memoria ve xe tuto co' no ve xe altro», dice Bortolo. «Parlo per i altri, magari, perché mi con tuto che ai mii ani go visto mondo, e che mondo, istesso no me dispiase de veder 'sti ani qua».
Anni ormai trascorsi. Sior Bortolo non c’è più (anche Lino Savorani, la sua «voce» per antonomasia, lo ha preceduto prematuramente). Eppure certi dialoghi, a rileggerli in questa nuova antologia, tornano attuali: «Far e disfar xe tuto un lavorar: cussì diceva sempre el Comandante Terdoslavich co' ’l iera a Trieste. Perché Trieste, in quei ani, la ve iera sotosora dapertuto: robe de no creder, come adesso, siora Nina. Difati, in alora, el Podestà Salèm faceva butar zò case, far nova Citavecia, trovar el Teatro Romano, far Piazza Impero, far tuto un de Piazza Granda, che prima passava el tram in mezo e sbusar strade per meter tubi novi. No ve digo...».
Altri tempi, altri lavori in corso nelle piazze o sulle Rive di Trieste, ma sempre efficace e vivo il linguaggio inventato da Carpinteri & Faraguna: una straordinaria, musicalissima «lingua franca» che alla koinè istro-veneta aggiunge termini e modi di dire slavi, latini, tedeschi, turchi, arabi, retaggio di un impero a sua volta multilingue e multinazionale. Una lingua, dunque, che è tutto un intrecciarsi di ciacole e di storie, di witz e di aneddoti profumati di salmastro. Anche perchè, «de quando che xe cascada l'Austria, xe restade solo che ciàcole».
Chiacchiere, certo, ma come quelle che potremmo ascoltare ancor oggi aspettando l’autobus in piazza Goldoni o su una panchina del giardino pubblico:
«Mi go leto, sul giornal, sior Bortolo, che xe cambiado el clima, che no sarà più bore.
- Sì, go leto anche mi, siora Nina, ma mi no ghe credo. Perché qua bora iera e sarà. E quel xe, la bora. Perché se nualtri no avessimo la bora…
- Sarìa sempre caligo.
- Machè caligo! Mi una volta, tanti ani fa, me spiegava proprio un professor de giografia che se de nualtri a Trieste, in Istria, no fussi bora, qua fussi, clima sub-tropicale. Perché xe l'Adriatico mare streto e caldo, e avessimo tipo Nizza, Costa Azura, Riviera di Levante, di ponente. Mai inverno, primavera eterna, caldo seco, polmon san, batù de inglesi. Arè, per esempio, Abbazia, la diferenza».
Ma come sono nati questi dialoghi, queste «maldobrìe» o le battute della «Cittadella» (il foglio satirico per decenni ospitato nel «Piccolo» del lunedì)? Una domanda che riguarda una coppia di autori, Carpinteri & Faraguna, che sono anche due autentici personaggi e che meriterebbero un capitolo a parte, partendo da quanto scrive Tullio Kezich nella prefazione, intitolata «In due si scrive meglio»: «Ho vivo il ricordo di Mariano Faraguna mezzo disteso su un divanetto che parla e divaga, ogni tanto saltando in piedi e percorrendo l'ambiente in lungo e in largo nell'incalzare delle ispirazioni buffonesche; e Lino Carpinteri seduto alla macchina per scrivere, ansiosamente impegnato ad acchiappare al volo gli spunti migliori dando ordine e concretezza a quel turbine di aneddoti, fantasie, divertimenti verbali. A conferma del fatto che l'uno senza l'altro, sul lungo arco esistenziale della loro collaborazione, non avrebbe forse realizzato opere altrettanto brillanti e durevoli». «Iera proprio diventadi intrinsechi», direbbe sior Bortolo, in un rapporto amichevole e fraterno, di cui loro stessi rivelavano sornioni il segreto.
CARPINTERI: «Generalmente tuti ne domanda: ma come mai no gavè mai fato barufa? Forsi no gavemo mai fato barufa per el fato che, da un punto de vista sociale, noi no se frequentemo. Noi lavoremo assieme, se demo dei apuntamenti... Co’ ierimo putei, sopratuto con Kezich, se se vedeva».
FARAGUNA: «Dopo gavemo conossudo Vidusso, de Ferra eccetera, ma quando se gavemo sposado, co’ le mogli intendo, nel lontano 1952 mi e nel ’53 lui, gavemo avudo frequentazioni saltuarie fora del lavor. Noi se femo sempre un regalo per la festa: lui se ricorda sempre de la mia festa, perchè son nato l’8 settembre, e mi no me ricordo mai de la sua, so solo che xe in magio. Dopo se femo un regaleto per Nadal. E basta. Cussì va tuto ben».
Mariano è morto nel 2001, Lino prosegue la strada da solo. Le «maldobrìe» sono finite, ma resteranno nel tempo. Raccontando di Barba Checo – «un omo antico, un capohornista, che ve aveva navigado ancora a vela» – sior Bortolo commenta: «El xe andà sì, siora Nina. E quando che un de nualtri va, va per l'ultimo imbarco, par gnente: un capoto de legno in canton dela stiva, un capotìch. Però, arè, va tanto: tanti ani, e robe, e nomi de vapori che nessun ga mai visto, e Comandanti morti e sepolti e porti e loghi che no se sa più. Robe del bel de una volta. Che po' el bel de una volta, forsi, ierimo solo che nualtri, come che nualtri se ricordemo che ierimo. Cossa volè, siora Nina, el sol magna le ore… Indifferente».
A modo nostro. Processo alle parole del dialetto triestino

Il libro:
A modo nostro. Processo alle parole del dialetto triestino
di Lino Carpinteri
Prefazione di Livia Zanmarchi de Savorgnani
224 pagine, € 18,00

Da IL PICCOLO dell’11 novembre 2007:

LIBRI / La storia delle parole raccontata con piglio narrativo, grande ironia e parecchie sorprese
VIAGGIO NEL DIALETTO TRIESTINO CON CARPINTERI
Arriva martedì nelle librerie “A modo nostro” pubblicato dalla Mgs Press

di Renzo Sanson

In poche città al mondo come a Trieste il dialetto è, anche, la lingua del potere. Fin dai tempi rimpianti (fin troppo) della Felix Austria, la città-emporio, la città dei traffici, dei commerci e delle assicurazioni, la città porto-di-mare multietnica, multiconfessionale (più che «religiosa») e naturalmente multiculturale a tutti i livelli – dai salotti borghesi ai rioni popolari, dal ghetto e ai suburbi della cittavecchia – ha usato una sua schietta lingua franca: il dialetto triestino. Joyce ne era innamorato e gli piaceva parlarlo all’osteria, sia con l’amico Svevo sia con gli avventori occasionali. Rubando le battute alle «venderigole» di Piazza Ponterosso. Nella «Coscienza di Zeno» si legge che «la nostra vita ha tutt’altro aspetto se detta nel nostro dialetto». E persino nel Ventennio, in cui, per esempio, chi osava parlare in sloveno per strada rischiava un ceffone, in barba al Minculpop e alle «veline» ministeriali che proibivano il «disdicevole» uso dei dialetti, a Trieste, in casa, in fabbrica, in ufficio e persino sui ponti di comando del potere economico e politico si discuteva, commerciava, rideva, insultava, decideva... in uno inconfondibile italo-vernacolo di matrice veneta. Era un dialetto in cui si intrecciavano parole e frasi di tutte le «minoranze» della città, dallo slavo al greco, dal tedesco al croato. Un crogiuolo linguistico che si rinnovava continuamente, attingendovi termini e modi di dire, che andavano ad arricchire il vocabolario dei triestini di ogni origine.
E l’«aggiornamento» continua oggi, nonostante i mass media (tv in primis). Basta fare un giro per strada o salire su un autobus, da piazza Unità al Viale, da Barcola a Borgo San Sergio, ascoltando le voci in sottofondo: italiano, serbo, arabo, croato, sloveno, tedesco, turco, cinese, rumeno, inglese... Un caleidoscopio di alloglotti, brulicante di voci e di gesti – «colori» direbbe Giotti – che per il «triestino» diventano nuova linfa, quando le varie nazionalità che convivono a Trieste (divenuta nel frattempo anche poliglotta «città della scienza»), devono confrontarsi – e intendersi in qualche modo – sul posto di lavoro, al mercato, al bar, in negozio o al ristorante.
Sotto l’incalzare dell’inglese standard, che sfreccia su Internet, ogni anno si registra (e si lamenta) la scomparsa di lingue e di dialetti. Mai che se ne annunci la nascita. Eppure l’italiano che parliamo oggi è ben diverso da quello che parlavano i nostri padri. E il dialetto altrettanto: certe parole sono scomparse, altre le hanno sostituite. Ma lingue e dialetti possiedono vita propria e, soprattutto, ragioni di vita – economiche, politiche, sociali, culturali – che li fanno sopravvivere. Solo se queste «forze» vengono a mancare, è inevitabile che il dialetto o la lingua muoiano. Non c’è legge di tutela che tenga.
Meglio mettersi il cuore in pace e leggersi un buon libro, come il nuovo sfornato da Lino Carpinteri, «A modo nostro. Processo alle parole del dialetto triestino» (Mgs Press, pagg. 224, euro 18), che esce martedì in libreria e che sarà presentato mercoledì 21 novembre alla Sala Baroncini delle Generali dall’editore Carlo Giovanella, da Livia Zanmarchi De Savorgnani, già titolare della cattedra di Linguistica romanza all’Università di Trieste (che firma l’introduzione), e dall’autore, in collaborazione con gli Amici del dialetto.
Giornalista, commediografo, scrittore, autore satirico, Lino Carpinteri è stato protagonista di una lunga magnifica stagione in coppia con l’indimenticabile Mariano Faraguna, assieme al quale ha firmato «La Cittadella» (il foglio satirico abbinato per 50 anni al «Piccolo» del lunedì fino al 2001) e tutta una serie di fortunati programmi d’intrattenimento radiofonici (da «El Campanon» a «Cari stornei», «El caicio»), una collana di libri imperniata su «Le Maldobrìe» e un repertorio di commedie teatrali accolte con straordinario successo prima allo Stabile di Trieste e poi alla Contrada. Il tutto rigorosamente in dialetto, anche se non era un dialetto affatto «rigoroso», poiché Carpinteri&Faraguna nei loro testi si sono divertiti a impastare un originale dialetto istro-veneto-triestino in parte inventato, facendolo lievitare con il gradimento dei loro lettori, ascoltatori e spettatori.
Carpinteri è un capitano di lungo corso del dialetto triestino. Nato a Trieste nel 1924, come l’amico Mariano Faraguna (scomparso nel maggio del 2001), da sei anni tiene sul «Piccolo» una rubrica sul dialetto intitolata «Cosa dice la gente», che riecheggia la più letta rubrica della popolare «Cittadella».
«Oggi il triestino è una varietà veneta molto italianizzata, ma continua a riservare sorprese e antiche parole riaffiorano dalla memoria, che merita salvare», rileva Carpinteri, che, dopo il Processo alle parole del dialetto triestino, dà ora alle stampe questo secondo volume, A modo nostro, in cui è a suo agio nei panni del linguista colto (basta scorrere la bibliografia), fuori degli accademismi tediosi, piuttosto con i modi del «raccoglitore» curioso di parole e frasi, motti, proverbi («parolazze» escluse), di cui racconta le storie. Con sapienza, ironia ed affetto. Cosicchè anche questo libro non è un dizionario da consultare, bensì una lettura amena, un romanzo delle parole, in cui ogni pagina e ogni lemma riserva sorprese. Ben sapendo, annota Carpinteri, che «la rispettabile mole di tanti vocabolari è forse dovuta al fatto che molte voci presenti nelle loro pagine sono reperibili solo in quelle».
«Per noi – scrive l’autore – il dialetto è tuttora vitale testimone di quella triestinità che ci rese diversi dagli altri europei e fece della nostra una città ”speciale”». Anche se Trieste non ha più grandi fabbriche e cantieri navali e i suoi rapporti con il mare consistono nell’assistere alla Barcolana o nel fare un «toccio» alla Lanterna e dintorni.
Dialettologi, etimologi, lessicografi, Carpinteri li usa come esche per cogliere all’amo termini del lessico popolare, per i quali vale la sentenza incisa sul frontone di un manicomio (e si riferisce, ovviamente, ai matti): «Non tutti lo sono, non tutti sono qui». L’autore, non senza ironia, sembra prediligere quelli dalle origini più ingarbugliate, anzi «inverigolate» (forse da «vericulum, spiedino»), come si conviene a ogni idioma bastardo che si rispetti.
Così scorrono termini relativi al tempo («bater broche», per il freddo), allo svago («bagolàr», cioè bighellonare, oppure «torziolar», cioè girare, dal latino «torquere» attraverso il veneziano), ai caratteracci («far pupoli», cioè dare in escandescenze). Non manca di un salto in cucina (soprattutto di pesce: «bisati», «masinete», «cagoie») o un’escursione di gruppo (in «clapa» a far «fraia», baldoria). Spazio anche alla vita domestica tra «falische» d’altri tempi quando c’erano cucine e stude a legna (dunque favilla da «fovere», scaldare), ma «far falische», con accezione di brillare, poteva riferirsi anche a ottime doti fisiche o morali. Sempre domestiche sono le «papuze» e le «zavate», ovvero le pantofole, che il Tommaseo faceva discendere dalla voce araba «babusch», approdata in Italia, a Venezia, con i Turchi, ai quali dobbiamo anche la suddetta «zavata» (spagnolo «zapato», italiano ciabatta).
A dar sapore ai dialetti – rileva Carpinteri – assai più delle singole parole, sono i giri di frase, i modi di dire, le espressioni del linguaggio figurato, che, come gli specchi di certe favole, non cessano di riflettere le immagini di remote realtà svanite nel nulla, rendendo preziosa e spesso unica testimonianza del costume d’altri tempi.
E in omaggio ai tempi andati, quelli del «Campanon», e in ricordo dei compianti disegnatori della «Cittadella» Renzo e José Kollmann (da una cui cartolina è tratta la copertina del nuovo libro), A modo nostro si conclude con una scenetta radiofonica del «Processo alle parole»: sul banco degli imputati la parola «patoco», ovvero il triestin patoco, così verace («che se lo conossi ’pena che el verzi boca»). «Patoc» da «potamos»-fiume, dunque triestino fluente? No, non occorre scomodare il greco di Eraclito: è la semplice contrazione triestina della parola latina «patefactus», il cui significato è «evidente». Attraverso le parole – scrive Livia Zanmarchi de Savorgnani nell’introduzione – l’autore ricostruisce storie e usi di Trieste, nonché i tratti caratteriali e quindi anche i codici comportamentali più evidenti dei triestini», in un mondo che diventa sempre più cosmopolita, come è sempre stata Trieste.
«Basta una parola, una frase, di quelle sentite e ripetute nel tempo fin dalla nostra infanzia... per farci riconoscere l’uno con l’altro, fratelli, anche al buio, fra milioni di persone», diceva Natalia Ginzburg.
Trieste 1872-1917. Guida all'architettura

Il libro:
Trieste 1872-1917. Guida all'architettura
A cura di Federica Rovello
416 pagine, 150 immagini, € 28,00

Da IL PICCOLO del 26 novembre 2007:

Architettura / Esce domani il saggio della Mgs Press curato da Federica Rovello relativo agli anni 1872-1917
Quando l’Austria si specchiava a Trieste
Palazzi, piazze, chiese, teatri di una città che viveva una forte espansione

di Marianna Accerboni

Esce domani il volume «Trieste 1872-1917. Guida all'architettura», prezioso e articolato regesto dello sviluppo architettonico triestino di quegli anni particolarmente cruciali per la storia e lo sviluppo della nostra città. Edita dalla Mgs Press (pagg. 416, euro 28,00), la pubblicazione è curata dall'architetto Federica Rovello, docente di Teoria e storia del restauro alla facoltà di Architettura del nostro Ateneo, e già curatrice, assieme a Paolo Nicoloso, di un analogo, profondo e nel contempo agile studio sull'architettura locale tra il 1918 e il 1954.
Il libro, che sarà presentato al pubblico dal giornalista e scrittore Pietro Spirito martedì 11 dicembre, alle 18, nell'Auditorium dell’Ex Pescheria, è impaginato secondo un formato essenziale ed elegante, che ne favorisce la consultazione e la lettura al cittadino e al turista.
La Guida – opportunamente corredata di apparati che dettagliano la cronologia storica e architettonica del periodo (a cura rispettivamente di Roberto Spazzali e Francesca Grippi) – propone l'identikit e la storia architettonica e non di più di sessanta palazzi, tra i più importanti edificati a Trieste in quell'epoca, che tuttora ne qualificano l'immagine e il fascino.
Dal volume si dipana un itinerario narrativo e didattico della storia della città, da cui si rileva ancora una volta, attraverso i nomi di progettisti, maestranze e committenti, la sua connotazione multietnica e pluriculturale a quel tempo e il diuturno conflitto tra l'anima filoaustriaca, spesso identificata con il ceto più rilevante sotto il profilo economico, e la tendenza nazionalista dell'ambiente politico.
Sfilano i nomi della Trieste che contava e in parte è presente ancor oggi: dai Parisi, ai Bartoli e ai Terni-Smolars, da casa Valdoni e casa Fonda a palazzo Genel, dai Kalister ai Panfili e agli Economo, da casa Basevi e casa Treves a casa de Leitenburg e de Stabile... Per non parlare degli edifici fatti erigere dai grandi committenti, quali per esempio le Assicurazioni Generali, il Lloyd Austro-ungarico, la Cassa di Risparmio e i palazzi pubblici come la Stazione della Transalpina e la Meridionale, la Pescheria, il Tribunale, il Politeama Rossetti, il Palazzo della I.R. Luogotenenza (attuale Palazzo della Prefettura) e il Palazzo municipale.
Fanno opportunamente da cornice alle schede relative ai singoli edifici anche le biografie (curate da Paola Ugolini Bernasconi) dei tanti architetti che, in quell'epoca asburgica, contribuirono a rinnovare e a qualificare il nuovo volto architettonico di Trieste, in bilico e spesso mettendo in comunicazione la tradizione, l'eclettismo, che allora andava di moda in Europa, ma anche i fermenti dell'innovazione, che da Vienna, da Berlino e da Parigi facevano sentire il proprio respiro attraverso il Liberty, l'Art Nouveau, la Secessione e la polemica d'avanguardia contro i rappresentanti di quest'ultima da parte dell'architetto Adolf Loos, le cui realizzazioni, dalle superfici estremamente semplificate, facevano inorridire Francesco Giuseppe.
Uno sguardo verso l'essenzialità e quindi la modernità e il concetto di architettura come utilità, che nella Guida è testimoniato particolarmente dai primi esempi di edilizia sociale e popolare, come l'Istituto di assicurazioni per gli infortuni sul lavoro di via San Giovanni Bosco, l'edificio STCEP (Società triestina costruttrice di edifici popolari) di via dei Baseggio, firmato dall'ingegner Eugenio Geiringer, e le case ICAM (Istituto Comunale per Abitazioni Minime) di via Schiaparelli e via Vergerio.
Delle quasi 150 immagini d'epoca pubblicate nel volume, che rappresentano uno degli aspetti particolarmente interessanti e significativi dello stesso, aprendone la lettura anche ai non addetti ai lavori, moltissime sono inedite. E tra le molte che testimoniano il fascino perduto del modus vivendi e della moda di un'epoca, compare una chicca: un disegno mai pubblicato dell'architetto Max Fabiani  per Casa Bartoli in piazza della Borsa. Datato 1906, rappresenta una tra le tante modifiche che la Commissione edilizia del tempo, dall'indirizzo piuttosto conservatore, imponeva ai progettisti. Come rileva l'architetto Rovello, precisando che il rinvenimento e la pubblicazione di molti aspetti e di numerose vicende inedite che sono narrate nelle schede della guida – e che rappresentano un fattore di sicuro interesse e di novità della stessa – sono stati attuati grazie anche al fatto di aver potuto consultare, studiare e analizzare con nuovi strumenti i documenti conservati nell'Archivio Generale del Comune, oggi inventariati a Palazzo Civrani-Zois e perciò facilmente fruibili.
L'approfondimento inedito della vicenda architettonica di molti palazzi apre anche la possibilità di rilettura di alcuni aspetti meno noti dell'edificazione e della storia di Trieste. Come per esempio quello relativo alla nascita di alcune piazze-cardine del tessuto cittadino, quali «piazze di risulta», formatesi non secondo un piano urbanistico predeterminato, ma in seguito all'erezione di importanti edifici all'intorno: è il caso di piazza Nuova (oggi della Repubblica), piazza della Stazione (oggi della Libertà), piazza delle Poste (oggi Vittorio Veneto).
Per non parlare della diatriba, connotata di patriottismo, che vide la Commisione edilizia dell'epoca osteggiare a lungo gli erker, ossia i bay window o poggioli geometrici di gusto tedesco progettati per l'Hotel Savoia: una delle numerose microstorie che rivedono la luce attraverso questa guida, assieme al suo genius loci di Trieste, perché l'anima di una città si svela anche attraverso le sue pietre.
Umberto Saba. Itinerari Triestini / Triestine Itineraries

Il libro:
Umberto Saba. Itinerari triestini / Triestine Itineraries
A cura di Renzo S. Crivelli e Elvio Guagnini
288 pagine, € 19,50

Da IL PICCOLO del 16 dicembre 2007:

LETTERATURA / Gli itinerari del poeta in un libro di Crivelli e Guagnini
I passi perduti di Saba
tra le vie di Trieste
e i versi del Canzoniere


di Alessandro Mezzena Lona

Non si può capire la poesia di Umberto Saba se non si conosce Trieste. Se, almeno una volta, non si è provato a risalire l’erta rampa di via del Monte, se non ci si è lasciati portare dal vento che soffia sempre, rabbioso o carezzevole, sul vecchio Molo San Carlo, ribattezzato Molo Audace. Se seguendo la melodia dei suoi versi dedicati alla Lina e al buon Carletto, ma anche al fascino tormentato di una città «bella tra i monti rocciosi e il mare luminoso», non si va a cercare la libreria antiquaria, il caffè-latteria dove discuteva instancabile con gli amici, la casa dell’amata balia, i luoghi dell’infanzia del piccolo Berto.
No, non si può capire il «Canzoniere» senza Trieste. Perchè lui, il poeta che «pianse e capì per tutti», ha «sposato col canto» i suoi sogni e le angosce, i ricordi e gli amori, legandoli indissolubilmente alla «scontrosa grazia» della sua città. Finendo per confondere il proprio mondo, il proprio essere con quello del «ragazzaccio aspro e vorace» che lo ha visto nascere, crescere, invecchiare. Con la città che lo ha cullato e tormentato. Tanto che, pensando a Saba, ritorna alla memoria l’epilogo di quel libro straordinario che è «L’artefice» di Jorge Luis Borges. Dove un uomo, dopo aver trascorso la sua vita a disegnare una mappa del mondo, «poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».
Per cercare il volto di Saba, per trovare la chiave segreta dei suoi versi, bisogna entrare nel labirinto di linee che forma Trieste. Ed è proprio seguendo questa traiettoria che si sono mossi Renzo S. Crivelli, professore di Letteratura inglese all’Università di Trieste, e Elvio Guagnini, docente di Letteratura italiana alla facoltà di Lettere e Filosofia. Per ritrovare i passi perduti del poeta. Per dare forma a quegli «Itinerari triestini» dedicati all’autore del «Canzoniere», che adesso sono diventati un libro, pubblicato nell’edizione bilingue in italiano e inglese da Mgs Press (pagg. 288, euro 19,50). Al volume hanno collaborato Sergia Adamo e Gianni Cimador, soprattutto per quanto riguarda le ricchissime schede che accompagnano i vari itinerari sabiani suggeriti.
Ma gli «Itinerari triestini» di Saba non sono solo un libro. Fanno parte di un progetto più grande, più ambizioso, che vuole fare di Trieste una sorta di museo degli scrittori a cielo aperto. Una delle città europee della letteratura, capace di attirare l’attenzione di chi vuole conoscere più da vicino Italo Svevo, James Joyce, Umberto Saba. Anche grazie alle targhe, posizionate nei siti più importanti legati alla vita degli autori, che sono già state realizzate grazie alla collaborazione tra l’Università di Trieste, il Comune e Turismo FVG.
Non ha mai barato con se stesso e con la propria città, Umberto Saba. Dopo averla definita, in poesia, romantica e scontrosa, ingrata e dolorosa, nevrotica e stravagante, nel discorso letto al Circolo della cultura e delle arti il 19 ottobre del 1953, in occasione del suo settantesimo compleanno, il poeta decise di fare i conti con lei una volta per tutte: «Devo premettere che io non sono stato un poeta triestino ma un poeta italiano, nato nel 1883 in quella grande città italiana che è Trieste. Non so nemmeno, se dal punto di vista dell’igiene dell’anima, sia stato per me un bene nascere, con un temperamento classico, in una città romantica; e con un carattere (come quello di tutti i deboli) idillico, in una città drammatica. Fu un bene – credo – per la mia poesia, che si alimentò di quel contrasto, e un male per la mia – diciamo così – ”felicità di vivere”. Comunque, il mondo io l’ho guardato da Trieste: il suo paesaggio, materiale e spirituale, è presente in tutte le mie poesie (o prose), anche in quelle (e sono la maggioranza) che non ne hanno nemmeno il nome».
Ed è proprio qui, dentro i confini dell’amata-odiata città, della ragnatela di strade e palazzi da cui tante volte si è allontanato, ma dove sempre è ritornato, che il poeta si trova a vivere quell’impasto di esperienze ed emozioni, di delusioni e speranze, che formeranno la trama dei suoi versi. Scoprendo di avere un padre, Ugo Edoardo Poli, che non si farà quasi mai vedere; imparando a recitare il «Padre nostro» (lui, educato dalla madre, Felicita Rachele Coen, alla conoscenza e al rispetto dell’ebraismo) dall’adorata balia, la slovena cattolica Peppa Gabrivoch sposata Schobar, a cui renderà omaggio nelle poesie del «Canzoniere»; trovando l’amore in una ragazza, la Lina, che diventerà la pietra angolare non solo della sua opera letteraria, ma anche della sua esistenza; guadagnandosi da vivere, prima di entrare in libreria, improvvisandosi «creativo» e inventando le locandine pubblicitarie per i film che proiettava suo cognato Enrico Wölfler al Cinema-Teatro Italia. Che, un tempo, stava proprio alle spalle della statua di Saba posta, da qualche anno, a presidiare l’incrocio tra via Dante e via San Nicolò.
Sparita gran parte della Cittavecchia dove Saba era nato e che aveva iniziato a scoprire fin da ragazzo, e che canterà in Trieste e una donna, rimodellata anche quella zona del vecchio rione di San Giacomo dove stava, tra l’altro, il Caffè Tergeste entrato nei versi della «Serena disperazione». restano comunque inalterati gran parte dei punti cardinali cittadini che hanno contrassegnato la sua vita. Dalla casa della Lina all’Accademia di Commercio e Nautica, che il poeta frequentò per un breve periodo dopo quattro anni di ginnasio; dallo studio di Edoardo Weiss, l’allievo di Freud che lo instradò con convinzione slla via della psicoanalisi, al Tempio israelitico detto Scuola Vivante. E così avanti.
Per la prima volta, dopo tonnellate di saggi accademici, il poeta del «Canzoniere» ritorna a vivere nella mole enorme di informazioni, storie, aneddoti, citazioni di versi, che gli autori di questi «Itinerari triestini» hanno saputo miscelare con grande bravura e intelligenza. E non stupitevi troppo se, da domani, vedrete girare per Trieste più d’uno con il libro in mano. Alla ricerca dei passi perduti di Umberto Saba.
 


L'altra dinastia. I quattro figli segreti di Francesco Giuseppe

Il libro:
L'altra dinastia. I quattro figli segreti di Francesco Giuseppe
di Hubert Pointinger
128 pagine, € 14,00

Da "IL CORRIERE DELLA SERA” del 12 maggio 2008:

DINASTIE / Rivelati gli amori clandestini di Francesco Giuseppe con una contadina, e i figli illegittimi che ne nacquero
Galeotta fu Reserl: spunta il ramo fantasma degli Asburgo

di Dario Fertilio

Proprio così, l’imperatore d’Austria-Ungheria era diverso da quel che ci ha tramandato l’iconografia ufficiale. Molto diverso. Per nulla formale e distante, o incapace di trattare con le donne o flemmaticamente refrattario alle passioni: in realtà, tutto il contrario, amante appassionato nelle malghe di montagna, seduttore ardito una volta allontanatosi dalla Hofburg e libero dagli obblighi di protocollo. Benché, naturalmente, restio a riconoscere i frutti delle sue avventure. Oltre al tempestoso rapporto coniugale con Sissi, fatto più di incomprensioni e distanze che di amplessi, nella sua vita non ci fu spazio soltanto per le amanti ufficiali, Anna Nahowski e Katharina Schratt. Ne esistette una terza, che si conquistò un posto nel suo cuore e generò una ricca (fino ad oggi segreta) discendenza. E lei, Theresia Pointinger, una sinuosa contadinotta chiamata scherzosamente «principessa del sale» (o "Reserl" dal suo imperiale amante), ricompensò le attenzioni di Francesco Giuseppe donandogli ben quattro figli, naturalmente mai riconosciuti. Un vero ramo parallelo degli Asburgo, il suo, rimasto nell’oblio sino a quando un discendente di quarta generazione - Hubert Pointinger, oggi pilota di linea cinquantenne - ha ritrovato documenti e fotografie, decidendo di raccontare tutto in un libro gustoso, L’altra dinastia. I quattro figli segreti di Francesco Giuseppe, tradotto in Italia dalla MGS Press di Trieste, pp. 128, € 14,00).
Ed ecco uscirne l’album di famiglia rimosso, zeppo di aneddoti, descrizioni e volti, spesso così simili nei loro tratti somatici a quelli ufficiali da sembrare uno scherzo del destino, o una caricatura: sono osti, contadini, mandriani o commercianti, ognuno con un suo "sosia" di sangue blu.
Questa insolita vicenda si svolge quasi tutta in una valle dell’Oberburgau fatta di prati, boschi e ripidi pendii rocciosi, uno scenario che sembra tolto di peso alle scene agresti di celebri film austro-ungarici come Sissi (quello con Romy Schneider) o anche Tutti insieme appassionatamente (con Julie Andrews). La visione di questa Theresia - occhi tra l’azzurro e il verde, lineamenti delicati e capelli biondi, avvolta nel suo Dirndl dal corpetto aderente, le braccia cariche di boccali di birra da servire ai clienti - fulmina l’imperatore per la prima volta nel 1863 (lei ha diciassette anni, più o meno l’età di Sissi quando conosce Francesco Giuseppe, lui trentatré), ma lo conquista definitivamente più tardi, nella primavera del 1869. Lei questa volta porta il bestiame al pascolo lungo la strada che conduce agli alpeggi: ha appena finito di sistemare le mucche, pulire la stalla e centrifugare il latte per fare la panna, quando un cacciatore che sale verso la baita attira la sua attenzione. Porta un cappello grigio di feltro, un giubbotto in loden e calzettoni dello stesso colore. Si riconoscono, e lei ha l’ardire, o la sfacciataggine, di farlo accomodare nella baita. Fuoco acceso, Schmarren in padella, profumo d’abete, silenzio intorno: finisce come doveva finire, secondo i gusti agresti e campestri di un uomo talmente succube dell’etichetta da essere evidentemente desideroso di ripudiarla. L’amore tra i due si conclude all’alba; nell’occasione pare sia risuonata per la prima volta la formula di congedo imperialregia, destinata a diventare proverbiale: «Addio mia cara Reserl, è stato bello, mi è piaciuto molto».
Segue l’inevitabile periodo di separazione, la gravidanza di Theresia e il parto all’inizio del 1870: per il figlio illegittimo dell’imperatore lei sceglie il nome di Anton. Ma non bisogna immaginarla delusa o umiliata dall’esperienza: è orgogliosa, piuttosto, d’essere considerata «l’amichetta del Kaiser». La bella Reserl gli si concede ancora nell’autunno dello stesso anno, nella malga dell’Eisenau, e questa volta il frutto è una femmina, Franziska. Memorabili momenti per la protagonista della storia: cucitrice e malgara, in difficoltà economiche crescenti a causa di un cattiva gestione degli affari di famiglia (della quale non ha colpa), amareggiata dalla perdita della madre e da contrasti con la cognata, custodisce dentro di sè il segreto dell’amante imperiale. Che torna a trovarla nel 1872, con la scusa dell’archeologia e della caccia - e questa volta vedrà la luce il loro terzo figlio, Matthias, bisnonno di Hubert il pilota, l’autore del libro. Nuovo periodo di separazione, quindi l’ultima fiammata: nella malga di Scharternalm, dove nel frattempo si era trasferita, Theresia torna ad essere la piccola Reserl fra le braccia del suo Franz (segue inesorabile la quarta gravidanza, nasce una femmina di nome Wilhelmine). Quindi gli eventi precipitano: langue l’impero, declina la dinastia, e con loro anche la famiglia contadina dei Pointinger, come se lo strano destino che li ha uniti all’inizio continuasse a tenerli avvinti. Il resto non conta: resistono nella memoria quelle ore d’amore rubate, le ansie di Reserl legate agli alti e bassi della relazione coniugale di Francesco Giuseppe con Sissi, la gelosia che prova di fronte alla passione di lui per le giovinette (dopo Theresia entrerà in scena Anna Nahowski, a soli diciassette anni). Nulla si sa dei reali sentimenti provati dal padre illustre per i suoi figli illegittimi. Ma, forse, il ricordo delle ore carnali trascorse lassù nella malga saranno tornate a consolare molto più tardi l’imperatore vegliardo, al tempo in cui «proprio nulla gli venne risparmiato».