Scrivono di Noi  
Libera. Una storia istriana, di Gabriella Chmet

Dal MESSAGGERO VENETO dell' 11 febbraio 2009:

L'APPUNTAMENTO
In occasione del Giorno del Ricordo, dedicato alla memoria di chi morì nelle foibe e a quella dell'esodo giuliano-dalmata, sarà ospite oggi alle 18, in sala Aiace a Udine, per gli Incontri con l'autore, Gabriella Chmet, che presenterà il suo Libera. Una storia istriana. Dialogherà con l'autrice Romano Vecchiet, direttore della Biblioteca Joppi, che al libro dedica l'intervento di seguito pubblicato. Introdurrà Silvio Cattalini, presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Chiara Bettuzzi leggerà alcune pagine del volume.

Il libro:
Libera. Una storia istriana
di Gabriella Chmet
208 pagine, € 16,50

Il Giorno del Ricordo: oggi l'autrice presenta il libro in sala Aiace a Udine
ISTRIA, TERRA DI DOLORE
Gabriella Chmet racconta la vita della prozia Libera
Una vicenda emblematica del tragico Novecento

di Romano Vecchiet

Libera. Una storia istriana è il racconto della vita di una donna, Libera appunto, la protagonista assoluta di questo fresco romanzo di Gabriella Chmet, che percorre tutte le principali stazioni del "secolo breve", in un contesto geografico tra i più caldi e difficili che la storia ricordi, quello del litorale adriatico, denso di avvenimenti sconvolgenti e drammatici come pochi. Una storia personale, quella di Libera, unica nelle sue intemperanze comportamentali e sentimentali, nella sua schiettezza priva di conformismi, nella sua moralità senza moralismi, che si intreccia a filo doppio con la grande storia. A partire da quella distante e amministrativamente rigorosa dell'Austria-Ungheria, culminata nell'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, scintilla fatale della prima grande tragedia del Novecento, quella Grande Guerra che mutilerà orribilmente città, paesaggi e famiglie di quel tempo. Per poi trascorrere agli anni del Fascismo, che portarono all'acuirsi di un serpeggiante spirito nazionalistico ereditato dallo Stato liberale, in un progressivo e pernicioso incremento di violenze e soprusi, fino alla liberazione, che liberazione per quelle terre difficilmente potè conclamarsi, con le reazioni a quelle passate violenze, in un accrescersi di nefandezze e di odi, che avrebbero segnato la storia più recente, fino agli ultimi anni Novanta, anni in cui anche Libera ci lascia, nel chiuso di una casa di riposo triestina. Una morte come tante, anonima, triste, che suggella la vita di una donna che ha avuto i suoi decisi scatti d'orgoglio, ma che nell'ultimo scorcio della sua esistenza sembra quasi riappacificarsi con il mondo, la sua terra, i suoi animali, se non altro perché ha scelto di non partecipare più ai suoi eventi, lasciandosi trasportare fuori di essa, gradualmente.
Una storia forse come tante, per una donna che vive lungo tutto l'arco del Novecento, ma che la penna di Gabriella Chmet ci restituisce al ricordo, rendendola emblematica di un'esistenza esemplare. Prima allieva diligente alle scuole italiane della Lega Nazionale a Stridone, un villaggio nel cuore dell'Istria, non lontano da Pinguente, poi custode di un gregge di pecore, poi ancora domestica presso una ricca famiglia ebrea di Trieste, nel suo primo vero allontanamento dalla secolare cultura contadina da cui era stata fino ad allora partecipe. Libera conoscerà nella città le ultime tendenze della moda, affinerà il proprio gusto, apprezzerà le belle cose che una grande città propone con ampiezza di mezzi. Ma anche toccherà con mano le differenze di ceto, capirà la distanza che l'allontana dalla famiglia che la ospita, Trieste diventerà ben presto la città del suo disincanto.
Pagine di forte impatto emotivo sono quelle che Gabriella Chmet restituisce al lettore parlandoci delle violenze fasciste sulla popolazione slava, necessaria premessa all'oscura e tragica realtà delle foibe che poco oltre emergerà in tutto il suo cupo dramma collettivo, e che vedrà rovesciate le forze in campo, in un acuirsi di acredini e vilipendi. Ma se le violenze pubbliche faranno il loro corso ¬ e merito della Chmet è quello di farcele vedere in tutti i loro macabri contesti ¬d'altro lato la vita della sensuale Libera avrà pur essa i suoi scarti, le sue vistose ascensioni passionali verso mete proibitissime (la drammatica e impossibile storia d'amore con don Ferdinand, il curato di campagna di Stridone, per tutti i suoi risvolti socio culturali, le reazioni che innesca, è degna di antologia).
Ma il romanzo è tante altre cose ancora. C'è un gioco di specchi tra Libera, la protagonista della storia, e l'autrice del romanzo, sua pronipote, l'io narrante del libro, che al momento del suo passaggio dalla prima adolescenza alla pubertà, si svela alla prozia come potenzialmente dirompente, e ne susciterà un'incomprensibile rabbia. C'è il rapporto tra la poetica e isolata realtà contadina dell'Istria e la realtà urbana e tentacolare della città di Trieste, che tutto sembra assimilare a sé e con cui ogni confronto, ogni resa dei conti è inevitabile. Ma è anche l'approdo dell'autrice, il rifugio dagli ultimi eccessi di nazionalismo croato già rivelatisi prima della guerra nei Balcani, come sarà anche, poco dopo, l'ultimo viaggio per Libera, stravolta dalla vecchiaia e ormai giunta a Trieste solo per morire.
Un'opera prima ricca di promettenti risultati, nei suoi impliciti riferimenti a Fulvio Tomizza, e nel solco di una tradizione letteraria triestina che conta già diversi fondamentali contributi di questo tipo. Con una prosa chiara e fortemente comunicativa, Gabriella Chmet ci racconta anche le sottili violenze che questi italiani di là dal confine, ritenuti comunisti dai loro confratelli che hanno partecipato all'esodo, e ancor oggi dipinti come fascisti dai propri corregionali croati, hanno subito in ogni forma anche molto di recente, fin dalle prime esperienze educative. Un romanzo di grande efficacia espressiva, che è anche un triste e sofferto omaggio all'amata Istria, di certo non vista con l'occhio del turista domenicale (nulla di più lontano da questa deformante anche se così generalizzata visione), ma di chi punta a svelarne il destino attraverso la vita di chi è stato sottomesso a molti conquistatori, ma è incapace di condividere fino in fondo le ideologie che il dominatore di turno si porta appresso. La sua secolare multiculturalità, feconda di interessanti sviluppi, è un bene che va costantemente riscoperto, mai sottoposto a violenze che ne volessero far emergere una parte soltanto.

TRIESTE SUL MARE. STORIE DI UOMINI E NAVI

Il libro:
TRIESTE SUL MARE. STORIE DI UOMINI E NAVI
di Maurizio Eliseo e Claudio Ernè
176 pagine, fotografico, € 24,50

Da IL PICCOLO del 23 novembre 2008:

Il libro pubblicato dalla MGS PRESS
STORIE DI UOMINI E NAVI SUL MARE DI TRIESTE
Ernè ed Eliseo raccontano per immagini 150 anni della città

di PIETRO SPIRITO
Si comincia con una fotografia scattata intorno al 1860, davanti al Castello di Miramare, quando ancora era dimora di Carlotta e Massimiliano d’Asburgo, che ritrae lo yacht imperiale Phantasie e la fregata Novara, e si finisce con il varo della motonave Rystram al cantiere San Marco il 26 ottobre 2008. È un viaggio nel tempo sul mare di Trieste lungo quasi due secoli, con incursioni in un più remoto passato, quello che Claudio Ernè e Maurizio Eliseo compiono nel libro Trieste sul mare. Storie di uomini e navi (Mgs Press, pagg. 176, Euro 24,50), volume fotografico ricco di immagini inedite che apre una straordinaria finestra sulla lunga storia che ha legato e lega indissolubilmente la città al mare. Il libro sarà presentato sabato 6 dicembre, alle 18, al Caffè San Marco di via Cesare Battisti 18, dal giornalista e scrittore Fulvio Molinari, presenti gli autori.
Il ritorno di Trieste al mare è stato negli ultimi anni il filo conduttore di una riflessione trasversale che ha attraversato le stanze della politica e della cultura, l’ambito sportivo e quello artistico. I successi della Barcolana, il varo dopo 40 anni di una nave ai cantieri San Marco, la riesumazione e il riutilizzo a scopi culturali di un gigante dell’archeologia industriale come il pontone Ursus, l’attracco delle grandi navi da crociera della Costa e della Msc, l’arrivo dei mega-yacht, insomma tutta una serie di avvenimenti, progetti, iniziative più ancora dei traffici commerciali marittimi hanno riportato lo sguardo dei triestini sul mare, che si ricomincia a immaginare come grande risorsa, nel senso più ampio del termine. Del resto il mare a Trieste ha dato tutto. Perché nei 150 anni rivisitati da Ernè ed Eliseo, il primo giornalista e fotografo, il secondo esperto di storia navale, «sono approdate a Trieste migliaia di navi e altrettante sono state costruite in grandi cantieri e piccoli squeri: moltissime altre imbarcazioni hanno regatato a vela o a remi tra la Sacchetta, Barcola, Grignano, Muggia e Punta Sottile». Una galassia di imbarcazioni tali da comporre «un grande affresco che racconta la storia della città esattamente come la raccontano i cognomi dei triestini stampati sugli elenchi telefonici, nei registri dell’anagrafe». La memoria della città, insomma, e quindi la sua identità. Ecco perché rivedere come in un film un secolo e mezzo di vita sul mare significa mettere un punto fermo nell’attuale corsa per tornare a quel mare.
Con la curiosità del cronista l’uno, e la competenza dell’esperto l’altro, Erné ed Eliseo ricostruiscono questo mondo portando il lettore alla scoperta di immagini, storie, uomini, vicende in gran parte poco note o dimenticate. Per esempio «tra i molti record dello shipping triestino, vi è anche quello di aver armato la prima nave da crociera della storia, la prima nave ”bianca”. È il Thalia, fotografato all’ormeggio, che nel maggio del 1910 ospitò il XIV congresso internazionale della stampa, e che nei mesi estivi si trasferiva nei mari del Nord Europa «offrendo esclusive crociere lungo i fiordi di Norvegia, spingendosi fino a capo Nord», mentre il resto dell’anno le rotte turistiche si svolgevano lungo le coste dalmate. Ogni nave ha una sua storia, ogni storia si intreccia con altre storie. Ed ecco il piroscafo Wien, varato il 4 marzo 1911, con la sua orchestra di bordo che nel 1935 fu trasformato in nave ospedale per la campagna d’Africa. Ecco il Beli Orao, il primo yacht del Maresciallo Tito, costruito al San Marco e varato nel 1938. Doveva diventare il panfilo della famiglia reale di Jugoslavia, nel 1941 fu catturato dalla Marina italiana che lo ribattezzò prima Alba e poi Zagabria e lo adibì alla caccia ai sommergibili. Dopo l’8 settembre ’43 fu restituito dagli Alleati alla Marina jugoslava e diventò il panfilo di Tito con il nome di Jadranka.
Ed è dalle cronache di guerra che escono alcune delle storie e delle immagini più belle del libro. Come la corazzata Roma, bombardata dopo l’armistizio da quindici Dornier tedeschi: fu una carneficina. E che dire del destino della Dona Aurora? Era un mercantile costruito anche questo nei canteri San Marco, varato il 29 giugno del 1939 alla presenza delle massime cariche del fascismo locale. Era destinato a una società filippina, ma nel 1940 cambiò bandiera e diventò americano. Il giorno di Natale del 1942 la nave venne intercettata al largo del Brasile dal sommergibile italiano Enrico Tazzoli, che l’affondò. «Siluri italiani contro una nave costruita a Trieste», notano gli autori.
Ma il mare di Trieste non è stato abitato solo da grandi navi da guerra, mercantili o da crociera. Ernè ed Eliseo allargano lo sguardo alle strutture portuali, allo sport, al lavoro, alla scienza (il batiscafo Trieste e l’Explora). Ci sono immagini d’epoca delle canottiere, la foto del pontone Ursus - «un simbolo per la città» - all’opera, l’arrivo del primo impianto di stabilizzazione destinato a una nave passeggeri (fu installato sul Conte di Savoia), una digressione su boe, gavitelli e fanali, il recupero, nel 1954, del sommergibile Jalea affondato nel 1915 al largo di Muggia. E poi la storia della Stockholm, destinata prima alla Svezia, poi comprata dall’Italia e ribattezzata Sabaudia, ma che non partì mai per nessun viaggio e morì in rada assieme ai piroscafi gemelli Duilio e Giulio Cesare. I suoi arredi d’arte, razziati dai nazisti, oggi sono esposti al museo navale di Bremerhaven, e di questi «l’Italia non ha mai chiesto la restituzione».
Trieste sul mare è anche la storia di chi sul mare e per il mare ha lavorato, come la «Compagnia degli inglesi» (la loro foto di gruppo è una delle fotografie più suggestive del libro), il gruppo di macchinisti inglesi che si stabilì a Trieste a partire dai primi anni Trenta dell’Ottocento al servizio del Lloyd Austriaco. O come i palombari (il ritratto in elmo di rame di Fulvio Loperfido), o i pescatori, o le banchine del Molo IV. Non mancano la Barcolana, e gli scorci delle Rive, perché sono questi - e molti altri - i ponti che legano ogni triestino al suo mare. E alla fine del viaggio lungo 150 anni di immagini sul mare il lettore scopre o riscopre una città che dal passato si specchia, ancora, nel presente.


di Renzo Sanson
Piccoli inganni inutili

Il libro:
Piccoli inganni inutili
di Roberto Curci
112 pagine, € 12,50

Da IL PICCOLO del 28 ottobre 2008:

Un nuovo libro dello scrittore
QUATTRO STORIE IN BILICO TRA FINZIONE E REALTÀ
RACCOLTE SOTTO IL TITOLO “PICCOLI INGANNI INUTILI”

DUE MISTERI DI JOYCE E SLATAPER
NEI RACCONTI DI ROBERTO CURCI

di Alessandro Mezzena Lona

Chi fosse quella fanciulla, ancora oggi, rimane un mistero. Anche se nel 1968 Richard Ellmann, nell’introduzione all’inedito testo di James Joyce intitolato con grande ironia Giacomo Joyce, sparava un nome: Amalia Popper. Per l’autore della monumentale biografia dedicata allo scrittore irlandese non c’erano dubbi. Era la figlia dell’uomo d’affari ebreo Leopoldo Popper la “gentle creature”, la “lady of letters”, la “virgin most prudent”, l’allieva triestina amata in silenzio dallo scrittore dell’Ulisse.
E allora, fine della storia? No, perchè quasi trent’anni dopo, nel 1996, il giornalista e scrittore triestino Roberto Curci aveva riaperto quel piccolo giallo che continua a far discutere gli studiosi joyciani. Con il libro Tutto è sciolto, si era messo a seguire le tracce di Amalia Popper e di altre possibili candidate al ruolo di «gentle creature». Tra cui poneva in primo piano soprattutto Emma Cuzzi. Ma, ancora una volta, mancava la certezza, la prova definitiva.
E allora? Semplice, a Roberto Curci non restava che rielaborare l’intera storia con la fantasia. Provando a volare oltre i rigidi confini stabiliti dai documenti, dalle testimonianze, che ogni studioso, ogni biografo, deve rispettare con scrupolo. E infatti, proprio in questa direzione si è incamminato il giornalista e scrittore, per lunghi anni responsabile delle pagine culturali del «Piccolo». Dedicando al mistero della joyciana «gentle creature» il primo dei quattro racconti che compongono il suo nuovo libro: Piccoli inganni inutili, pubblicato da Mgs Press.
«Un mix di realtà e invenzione, di fatti realmente accaduti e di fatti immaginati (o fantasticamente distorti)»: come già aveva fatto per La bora in testa, il suo romanzo del 2005, anche questa volta Curci mette subito in tavola le carte. Così può riportare in scena Filippo Leis, il suo personaggio che lavora alla «Gazzetta» di T., con il ruolo di responsabile della pagina culturale, per metterlo sulle tracce di Silvia Risolo. La figlia di Amalia Popper e di Michele Risolo. L’unica persona al mondo che poteva dire una parola definitiva sull’intricata storia dell’amore triestino di Joyce.
Intrecciando con abilità storie vere e inventate, Curci approfitta per raccontare un personaggio ormai dimenticato come Silvia Risolo. Scrittrice trasferitasi a Londra, custode di una tormentata memoria di famiglia. Perseguitata lei stessa dai fantasmi del passato e del presente. Il mistero, come è giusto, rimane. E non si risolve neanche l’altro enigma a cui lo scrittore dà voce nel secondo racconto, In limine primo. Quello legato, cioè, al suicidio di Anna Pulitzer, la giovane amica di Scipio Slataper. La tormentata donna che lo scrittore del Mio Carso chiamava Gioietta. E a cui ha indirizzato lettere di straziante bellezza. Anche se, in questo caso, un’ipotesi che provi a giustificare l’inspiegabile, inaccettabile fine della ragazza, viene formulata proprio nelle ultime righe del racconto.
Ma dove Curci si concede davvero la gioia di lasciarsi trasportare dalla libertà del racconto, il suo giornalista Filippo Leis diventa un emblema di quella rapidissima, traumatica rivoluzione che in meno di vent’anni ha trasformato le redazioni, le tipografie dei quotidiani da misteriosissimi, appartati antri dove si distillava l’informazione a modernissimi uffici dove si tenta di tenere dietro agli scoop della tivù, della rete. In Parce sepulto, il protagonista si trova brutalmente estromesso dalla redazione della «Gazzetta», dove ha lavorato per più di trent’anni. E, tallonato dai debiti, prova a reinventarsi accettando di scrivere per un editore di buon nome un libro dedicato ai cimiteri di Trieste.
Girando tra le tombe, provando a decifrare le storie di chi è sepolto lì dalle funamboliche iscrizioni che trova sulle lapidi, Leis ripercorre la sua rapidissima caduta non solo nel mondo del giornalismo, ma anche nella scala sociale. Quando alza gli occhi e si guarda attorno capisce che è tutto un mondo che si sta sgretolando. Il suo mondo, invecchiato forse troppo in fretta. Accantonato da chi non sa rispettare il valore delle persone. Da chi cerca di liberarsi dall’ingombrante presenza della memoria.
Il calvario di Leis si completa nel racconto Qui gladio ferit. Quando scopre, riordinando per conto del museo un vecchio archivio fotografico, che il vecchio collega a cui aveva sottratto il ruolo di capo delle pagine culturali, senza alcuna intenzione di fargli del male, ma obbedendo soltanto a un preciso volere del direttore, in realtà aveva intessuto una storia d’amore con una sua vecchia fidanzata. Proprio quella che lo aveva scaricato senza troppi giri di parole. E anche in questa storia, rispettando un preciso modello narrativo, la rivelazione che dà un senso a tutto arriva proprio nelle battute finali.
Abile nell’intrecciare verità e finzione, fino a far perdere la linea dell’orizzonte anche al lettore più navigato, Curci segue un suo modello narrativo che molto deve a ottime letture. A una grande curiosità per le verità non ufficiali che accompagnano le biografie di artisti e scrittori. Alla capacità di stare in equilibrio sul confine che separa commedia e tragedia.

Un mondo di maldobrie

Il libro:
Un mondo di maldobrìe
di Carpinteri & Faraguna
Prefazione di Tullio Kezich
256 pagine, € 18,00

Da IL PICCOLO del 17 giugno 2007:

SCRITTORI Folgoranti storie che ridanno voce a un mondo giuliano-dalmata scomparso da tempo
CARPINTERI & FARAGUNA: TORNANO LE MALDOBRÌE
Mgs Press pubblica un’antologia con i testi migliori scritti dai due autori

di Renzo Sanson

Le «Maldobrìe» sono l'opera più nota della ditta Carpinteri & Faraguna. «Maldobrìa» è una parola derivata dal croato «malo dobro» (poco bene, mica bene, così così) ed entrata, grazie ai due autori triestini, nell’uso comune con il significato di marachelle, birbonate. Lino Carpinteri, classe 1924, e Mariano Faraguna (1924-2001), giornalisti, scrittori e commediografi, vararono la serie nel 1966 pubblicando la prima raccolta di storie e racconti di ambiente giuliano-dalmata ispirati al ricordo di un mondo che non c'è più, che la coppia triestina aveva già collaudato alla radio e che poi hanno avuto altrettanto successo in libreria e sulle scene teatrali.
Al primo volume, «Le Maldobrìe», divenuto un classico della letteratura triestina in dialetto (ben 12 edizioni e perfino un’edizione a fumetti, di Walter Chendi), ne seguirono altri cinque: «Prima della prima guerra» (1967), «L'Austria era un paese ordinato» (’69), «Noi delle vecchie province» (’71), «Povero nostro Franz» (’76), «Viva l'A» (’83). Tutti libri che hanno fatto il giro del mondo, sulle tante rotte dell’esodo (dalle Americhe all’Australia) e non solo.
Oggi questi libri sono praticamente introvabili. E la Mgs Press ha pensato bene di venire incontro alle tante richieste pubblicando un’antologia con le più belle «Maldobrìe», tratte dai sei libri della fortunata collana, con il titolo «Il mondo delle Maldobrìe» (pagg, 256, euro 18.00, prefazione di Tullio Kezich), che sarà nelle librerie da martedì e sarà presentata mercoledì 27 giugno, alle 18, nella piazzetta della Stazione ferroviaria di Trieste con letture di Ariella Reggio e Gianfranco Saletta.
Tornano così a navigare i tanti indimenticabili personaggi inventati da C&F, che fin dai nomi evocano tutto un mondo: da Jurissevich a Polidrugo, dal vecio Pillepich a Nicoleto Nicolich (che fa tornare dolorosamente in mente Orazio Bobbio, suo interprete in Contrada), da Bepi Màrovich a Marco Mitis, da Nicoleto Brazzànovich a Martin Gherbatz, dal nostromo (anzi «Nostro-omo») Fatutta ai Comandanti Giadrossich, Ossòinak, Dùndora, Nacìnovich, Terdoslàvich.
E, di pagina in pagina, di maldobrìa in maldobrìa, imbarcandosi a Trieste sulle piccole grandi navi dell’Ungaro-Croata e poi del Lloyd Austriaco, il lettore fa tappa a Pirano, Salvore, Umago, Parenzo, Orsera, Rovigno, Fasana, Pola, Fiume, le isole di Cherso, Lussino (Grande e piccola, natürlich), e giù giù fino in fondo alla Dalmazia, fino agli scogli di Cazza e Cazziùl, per poi approdare in Grecia e nelle contrade di Levante, nei porti di Istanbul, Beirut, in Siria («che bei tapèdi, e i costava un bianco e un nero!») e fino in Estremo oriente, nei porti della Cina e del Giappone, e poi, dall’altra parte, fino a «Nèvjork» (con l’Austro-Americana) sulle tante rotte frequentate dalle navi e dai marittimi triestini, istriani, dalmati.
Partendo da prima della Prima Guerra Mondiale (e arrivando fino alla Seconda) i loro racconti sono ambientati soprattutto nelle provincie adriatiche dell'Impero Asburgico e rivivono attraverso i ricordi e i battibecchi di sior Bortolo (marinaio in pensione, dalle mille avventure, reali o millantate) e della siora Nina, sempre con un fondo di saggezza popolare: «La memoria ve xe tuto co' no ve xe altro», dice Bortolo. «Parlo per i altri, magari, perché mi con tuto che ai mii ani go visto mondo, e che mondo, istesso no me dispiase de veder 'sti ani qua».
Anni ormai trascorsi. Sior Bortolo non c’è più (anche Lino Savorani, la sua «voce» per antonomasia, lo ha preceduto prematuramente). Eppure certi dialoghi, a rileggerli in questa nuova antologia, tornano attuali: «Far e disfar xe tuto un lavorar: cussì diceva sempre el Comandante Terdoslavich co' ’l iera a Trieste. Perché Trieste, in quei ani, la ve iera sotosora dapertuto: robe de no creder, come adesso, siora Nina. Difati, in alora, el Podestà Salèm faceva butar zò case, far nova Citavecia, trovar el Teatro Romano, far Piazza Impero, far tuto un de Piazza Granda, che prima passava el tram in mezo e sbusar strade per meter tubi novi. No ve digo...».
Altri tempi, altri lavori in corso nelle piazze o sulle Rive di Trieste, ma sempre efficace e vivo il linguaggio inventato da Carpinteri & Faraguna: una straordinaria, musicalissima «lingua franca» che alla koinè istro-veneta aggiunge termini e modi di dire slavi, latini, tedeschi, turchi, arabi, retaggio di un impero a sua volta multilingue e multinazionale. Una lingua, dunque, che è tutto un intrecciarsi di ciacole e di storie, di witz e di aneddoti profumati di salmastro. Anche perchè, «de quando che xe cascada l'Austria, xe restade solo che ciàcole».
Chiacchiere, certo, ma come quelle che potremmo ascoltare ancor oggi aspettando l’autobus in piazza Goldoni o su una panchina del giardino pubblico:
«Mi go leto, sul giornal, sior Bortolo, che xe cambiado el clima, che no sarà più bore.
- Sì, go leto anche mi, siora Nina, ma mi no ghe credo. Perché qua bora iera e sarà. E quel xe, la bora. Perché se nualtri no avessimo la bora…
- Sarìa sempre caligo.
- Machè caligo! Mi una volta, tanti ani fa, me spiegava proprio un professor de giografia che se de nualtri a Trieste, in Istria, no fussi bora, qua fussi, clima sub-tropicale. Perché xe l'Adriatico mare streto e caldo, e avessimo tipo Nizza, Costa Azura, Riviera di Levante, di ponente. Mai inverno, primavera eterna, caldo seco, polmon san, batù de inglesi. Arè, per esempio, Abbazia, la diferenza».
Ma come sono nati questi dialoghi, queste «maldobrìe» o le battute della «Cittadella» (il foglio satirico per decenni ospitato nel «Piccolo» del lunedì)? Una domanda che riguarda una coppia di autori, Carpinteri & Faraguna, che sono anche due autentici personaggi e che meriterebbero un capitolo a parte, partendo da quanto scrive Tullio Kezich nella prefazione, intitolata «In due si scrive meglio»: «Ho vivo il ricordo di Mariano Faraguna mezzo disteso su un divanetto che parla e divaga, ogni tanto saltando in piedi e percorrendo l'ambiente in lungo e in largo nell'incalzare delle ispirazioni buffonesche; e Lino Carpinteri seduto alla macchina per scrivere, ansiosamente impegnato ad acchiappare al volo gli spunti migliori dando ordine e concretezza a quel turbine di aneddoti, fantasie, divertimenti verbali. A conferma del fatto che l'uno senza l'altro, sul lungo arco esistenziale della loro collaborazione, non avrebbe forse realizzato opere altrettanto brillanti e durevoli». «Iera proprio diventadi intrinsechi», direbbe sior Bortolo, in un rapporto amichevole e fraterno, di cui loro stessi rivelavano sornioni il segreto.
CARPINTERI: «Generalmente tuti ne domanda: ma come mai no gavè mai fato barufa? Forsi no gavemo mai fato barufa per el fato che, da un punto de vista sociale, noi no se frequentemo. Noi lavoremo assieme, se demo dei apuntamenti... Co’ ierimo putei, sopratuto con Kezich, se se vedeva».
FARAGUNA: «Dopo gavemo conossudo Vidusso, de Ferra eccetera, ma quando se gavemo sposado, co’ le mogli intendo, nel lontano 1952 mi e nel ’53 lui, gavemo avudo frequentazioni saltuarie fora del lavor. Noi se femo sempre un regalo per la festa: lui se ricorda sempre de la mia festa, perchè son nato l’8 settembre, e mi no me ricordo mai de la sua, so solo che xe in magio. Dopo se femo un regaleto per Nadal. E basta. Cussì va tuto ben».
Mariano è morto nel 2001, Lino prosegue la strada da solo. Le «maldobrìe» sono finite, ma resteranno nel tempo. Raccontando di Barba Checo – «un omo antico, un capohornista, che ve aveva navigado ancora a vela» – sior Bortolo commenta: «El xe andà sì, siora Nina. E quando che un de nualtri va, va per l'ultimo imbarco, par gnente: un capoto de legno in canton dela stiva, un capotìch. Però, arè, va tanto: tanti ani, e robe, e nomi de vapori che nessun ga mai visto, e Comandanti morti e sepolti e porti e loghi che no se sa più. Robe del bel de una volta. Che po' el bel de una volta, forsi, ierimo solo che nualtri, come che nualtri se ricordemo che ierimo. Cossa volè, siora Nina, el sol magna le ore… Indifferente».
Trieste 1872-1917. Guida all'architettura

Il libro:
Trieste 1872-1917. Guida all'architettura
A cura di Federica Rovello
416 pagine, 150 immagini, € 28,00

Da IL PICCOLO del 26 novembre 2007:

Architettura / Esce domani il saggio della Mgs Press curato da Federica Rovello relativo agli anni 1872-1917
Quando l’Austria si specchiava a Trieste
Palazzi, piazze, chiese, teatri di una città che viveva una forte espansione

di Marianna Accerboni

Esce domani il volume «Trieste 1872-1917. Guida all'architettura», prezioso e articolato regesto dello sviluppo architettonico triestino di quegli anni particolarmente cruciali per la storia e lo sviluppo della nostra città. Edita dalla Mgs Press (pagg. 416, euro 28,00), la pubblicazione è curata dall'architetto Federica Rovello, docente di Teoria e storia del restauro alla facoltà di Architettura del nostro Ateneo, e già curatrice, assieme a Paolo Nicoloso, di un analogo, profondo e nel contempo agile studio sull'architettura locale tra il 1918 e il 1954.
Il libro, che sarà presentato al pubblico dal giornalista e scrittore Pietro Spirito martedì 11 dicembre, alle 18, nell'Auditorium dell’Ex Pescheria, è impaginato secondo un formato essenziale ed elegante, che ne favorisce la consultazione e la lettura al cittadino e al turista.
La Guida – opportunamente corredata di apparati che dettagliano la cronologia storica e architettonica del periodo (a cura rispettivamente di Roberto Spazzali e Francesca Grippi) – propone l'identikit e la storia architettonica e non di più di sessanta palazzi, tra i più importanti edificati a Trieste in quell'epoca, che tuttora ne qualificano l'immagine e il fascino.
Dal volume si dipana un itinerario narrativo e didattico della storia della città, da cui si rileva ancora una volta, attraverso i nomi di progettisti, maestranze e committenti, la sua connotazione multietnica e pluriculturale a quel tempo e il diuturno conflitto tra l'anima filoaustriaca, spesso identificata con il ceto più rilevante sotto il profilo economico, e la tendenza nazionalista dell'ambiente politico.
Sfilano i nomi della Trieste che contava e in parte è presente ancor oggi: dai Parisi, ai Bartoli e ai Terni-Smolars, da casa Valdoni e casa Fonda a palazzo Genel, dai Kalister ai Panfili e agli Economo, da casa Basevi e casa Treves a casa de Leitenburg e de Stabile... Per non parlare degli edifici fatti erigere dai grandi committenti, quali per esempio le Assicurazioni Generali, il Lloyd Austro-ungarico, la Cassa di Risparmio e i palazzi pubblici come la Stazione della Transalpina e la Meridionale, la Pescheria, il Tribunale, il Politeama Rossetti, il Palazzo della I.R. Luogotenenza (attuale Palazzo della Prefettura) e il Palazzo municipale.
Fanno opportunamente da cornice alle schede relative ai singoli edifici anche le biografie (curate da Paola Ugolini Bernasconi) dei tanti architetti che, in quell'epoca asburgica, contribuirono a rinnovare e a qualificare il nuovo volto architettonico di Trieste, in bilico e spesso mettendo in comunicazione la tradizione, l'eclettismo, che allora andava di moda in Europa, ma anche i fermenti dell'innovazione, che da Vienna, da Berlino e da Parigi facevano sentire il proprio respiro attraverso il Liberty, l'Art Nouveau, la Secessione e la polemica d'avanguardia contro i rappresentanti di quest'ultima da parte dell'architetto Adolf Loos, le cui realizzazioni, dalle superfici estremamente semplificate, facevano inorridire Francesco Giuseppe.
Uno sguardo verso l'essenzialità e quindi la modernità e il concetto di architettura come utilità, che nella Guida è testimoniato particolarmente dai primi esempi di edilizia sociale e popolare, come l'Istituto di assicurazioni per gli infortuni sul lavoro di via San Giovanni Bosco, l'edificio STCEP (Società triestina costruttrice di edifici popolari) di via dei Baseggio, firmato dall'ingegner Eugenio Geiringer, e le case ICAM (Istituto Comunale per Abitazioni Minime) di via Schiaparelli e via Vergerio.
Delle quasi 150 immagini d'epoca pubblicate nel volume, che rappresentano uno degli aspetti particolarmente interessanti e significativi dello stesso, aprendone la lettura anche ai non addetti ai lavori, moltissime sono inedite. E tra le molte che testimoniano il fascino perduto del modus vivendi e della moda di un'epoca, compare una chicca: un disegno mai pubblicato dell'architetto Max Fabiani  per Casa Bartoli in piazza della Borsa. Datato 1906, rappresenta una tra le tante modifiche che la Commissione edilizia del tempo, dall'indirizzo piuttosto conservatore, imponeva ai progettisti. Come rileva l'architetto Rovello, precisando che il rinvenimento e la pubblicazione di molti aspetti e di numerose vicende inedite che sono narrate nelle schede della guida – e che rappresentano un fattore di sicuro interesse e di novità della stessa – sono stati attuati grazie anche al fatto di aver potuto consultare, studiare e analizzare con nuovi strumenti i documenti conservati nell'Archivio Generale del Comune, oggi inventariati a Palazzo Civrani-Zois e perciò facilmente fruibili.
L'approfondimento inedito della vicenda architettonica di molti palazzi apre anche la possibilità di rilettura di alcuni aspetti meno noti dell'edificazione e della storia di Trieste. Come per esempio quello relativo alla nascita di alcune piazze-cardine del tessuto cittadino, quali «piazze di risulta», formatesi non secondo un piano urbanistico predeterminato, ma in seguito all'erezione di importanti edifici all'intorno: è il caso di piazza Nuova (oggi della Repubblica), piazza della Stazione (oggi della Libertà), piazza delle Poste (oggi Vittorio Veneto).
Per non parlare della diatriba, connotata di patriottismo, che vide la Commisione edilizia dell'epoca osteggiare a lungo gli erker, ossia i bay window o poggioli geometrici di gusto tedesco progettati per l'Hotel Savoia: una delle numerose microstorie che rivedono la luce attraverso questa guida, assieme al suo genius loci di Trieste, perché l'anima di una città si svela anche attraverso le sue pietre.
A modo nostro. Processo alle parole del dialetto triestino

Il libro:
A modo nostro. Processo alle parole del dialetto triestino
di Lino Carpinteri
Prefazione di Livia Zanmarchi de Savorgnani
224 pagine, € 18,00

Da IL PICCOLO dell’11 novembre 2007:

LIBRI / La storia delle parole raccontata con piglio narrativo, grande ironia e parecchie sorprese
VIAGGIO NEL DIALETTO TRIESTINO CON CARPINTERI
Arriva martedì nelle librerie “A modo nostro” pubblicato dalla Mgs Press

di Renzo Sanson

In poche città al mondo come a Trieste il dialetto è, anche, la lingua del potere. Fin dai tempi rimpianti (fin troppo) della Felix Austria, la città-emporio, la città dei traffici, dei commerci e delle assicurazioni, la città porto-di-mare multietnica, multiconfessionale (più che «religiosa») e naturalmente multiculturale a tutti i livelli – dai salotti borghesi ai rioni popolari, dal ghetto e ai suburbi della cittavecchia – ha usato una sua schietta lingua franca: il dialetto triestino. Joyce ne era innamorato e gli piaceva parlarlo all’osteria, sia con l’amico Svevo sia con gli avventori occasionali. Rubando le battute alle «venderigole» di Piazza Ponterosso. Nella «Coscienza di Zeno» si legge che «la nostra vita ha tutt’altro aspetto se detta nel nostro dialetto». E persino nel Ventennio, in cui, per esempio, chi osava parlare in sloveno per strada rischiava un ceffone, in barba al Minculpop e alle «veline» ministeriali che proibivano il «disdicevole» uso dei dialetti, a Trieste, in casa, in fabbrica, in ufficio e persino sui ponti di comando del potere economico e politico si discuteva, commerciava, rideva, insultava, decideva... in uno inconfondibile italo-vernacolo di matrice veneta. Era un dialetto in cui si intrecciavano parole e frasi di tutte le «minoranze» della città, dallo slavo al greco, dal tedesco al croato. Un crogiuolo linguistico che si rinnovava continuamente, attingendovi termini e modi di dire, che andavano ad arricchire il vocabolario dei triestini di ogni origine.
E l’«aggiornamento» continua oggi, nonostante i mass media (tv in primis). Basta fare un giro per strada o salire su un autobus, da piazza Unità al Viale, da Barcola a Borgo San Sergio, ascoltando le voci in sottofondo: italiano, serbo, arabo, croato, sloveno, tedesco, turco, cinese, rumeno, inglese... Un caleidoscopio di alloglotti, brulicante di voci e di gesti – «colori» direbbe Giotti – che per il «triestino» diventano nuova linfa, quando le varie nazionalità che convivono a Trieste (divenuta nel frattempo anche poliglotta «città della scienza»), devono confrontarsi – e intendersi in qualche modo – sul posto di lavoro, al mercato, al bar, in negozio o al ristorante.
Sotto l’incalzare dell’inglese standard, che sfreccia su Internet, ogni anno si registra (e si lamenta) la scomparsa di lingue e di dialetti. Mai che se ne annunci la nascita. Eppure l’italiano che parliamo oggi è ben diverso da quello che parlavano i nostri padri. E il dialetto altrettanto: certe parole sono scomparse, altre le hanno sostituite. Ma lingue e dialetti possiedono vita propria e, soprattutto, ragioni di vita – economiche, politiche, sociali, culturali – che li fanno sopravvivere. Solo se queste «forze» vengono a mancare, è inevitabile che il dialetto o la lingua muoiano. Non c’è legge di tutela che tenga.
Meglio mettersi il cuore in pace e leggersi un buon libro, come il nuovo sfornato da Lino Carpinteri, «A modo nostro. Processo alle parole del dialetto triestino» (Mgs Press, pagg. 224, euro 18), che esce martedì in libreria e che sarà presentato mercoledì 21 novembre alla Sala Baroncini delle Generali dall’editore Carlo Giovanella, da Livia Zanmarchi De Savorgnani, già titolare della cattedra di Linguistica romanza all’Università di Trieste (che firma l’introduzione), e dall’autore, in collaborazione con gli Amici del dialetto.
Giornalista, commediografo, scrittore, autore satirico, Lino Carpinteri è stato protagonista di una lunga magnifica stagione in coppia con l’indimenticabile Mariano Faraguna, assieme al quale ha firmato «La Cittadella» (il foglio satirico abbinato per 50 anni al «Piccolo» del lunedì fino al 2001) e tutta una serie di fortunati programmi d’intrattenimento radiofonici (da «El Campanon» a «Cari stornei», «El caicio»), una collana di libri imperniata su «Le Maldobrìe» e un repertorio di commedie teatrali accolte con straordinario successo prima allo Stabile di Trieste e poi alla Contrada. Il tutto rigorosamente in dialetto, anche se non era un dialetto affatto «rigoroso», poiché Carpinteri&Faraguna nei loro testi si sono divertiti a impastare un originale dialetto istro-veneto-triestino in parte inventato, facendolo lievitare con il gradimento dei loro lettori, ascoltatori e spettatori.
Carpinteri è un capitano di lungo corso del dialetto triestino. Nato a Trieste nel 1924, come l’amico Mariano Faraguna (scomparso nel maggio del 2001), da sei anni tiene sul «Piccolo» una rubrica sul dialetto intitolata «Cosa dice la gente», che riecheggia la più letta rubrica della popolare «Cittadella».
«Oggi il triestino è una varietà veneta molto italianizzata, ma continua a riservare sorprese e antiche parole riaffiorano dalla memoria, che merita salvare», rileva Carpinteri, che, dopo il Processo alle parole del dialetto triestino, dà ora alle stampe questo secondo volume, A modo nostro, in cui è a suo agio nei panni del linguista colto (basta scorrere la bibliografia), fuori degli accademismi tediosi, piuttosto con i modi del «raccoglitore» curioso di parole e frasi, motti, proverbi («parolazze» escluse), di cui racconta le storie. Con sapienza, ironia ed affetto. Cosicchè anche questo libro non è un dizionario da consultare, bensì una lettura amena, un romanzo delle parole, in cui ogni pagina e ogni lemma riserva sorprese. Ben sapendo, annota Carpinteri, che «la rispettabile mole di tanti vocabolari è forse dovuta al fatto che molte voci presenti nelle loro pagine sono reperibili solo in quelle».
«Per noi – scrive l’autore – il dialetto è tuttora vitale testimone di quella triestinità che ci rese diversi dagli altri europei e fece della nostra una città ”speciale”». Anche se Trieste non ha più grandi fabbriche e cantieri navali e i suoi rapporti con il mare consistono nell’assistere alla Barcolana o nel fare un «toccio» alla Lanterna e dintorni.
Dialettologi, etimologi, lessicografi, Carpinteri li usa come esche per cogliere all’amo termini del lessico popolare, per i quali vale la sentenza incisa sul frontone di un manicomio (e si riferisce, ovviamente, ai matti): «Non tutti lo sono, non tutti sono qui». L’autore, non senza ironia, sembra prediligere quelli dalle origini più ingarbugliate, anzi «inverigolate» (forse da «vericulum, spiedino»), come si conviene a ogni idioma bastardo che si rispetti.
Così scorrono termini relativi al tempo («bater broche», per il freddo), allo svago («bagolàr», cioè bighellonare, oppure «torziolar», cioè girare, dal latino «torquere» attraverso il veneziano), ai caratteracci («far pupoli», cioè dare in escandescenze). Non manca di un salto in cucina (soprattutto di pesce: «bisati», «masinete», «cagoie») o un’escursione di gruppo (in «clapa» a far «fraia», baldoria). Spazio anche alla vita domestica tra «falische» d’altri tempi quando c’erano cucine e stude a legna (dunque favilla da «fovere», scaldare), ma «far falische», con accezione di brillare, poteva riferirsi anche a ottime doti fisiche o morali. Sempre domestiche sono le «papuze» e le «zavate», ovvero le pantofole, che il Tommaseo faceva discendere dalla voce araba «babusch», approdata in Italia, a Venezia, con i Turchi, ai quali dobbiamo anche la suddetta «zavata» (spagnolo «zapato», italiano ciabatta).
A dar sapore ai dialetti – rileva Carpinteri – assai più delle singole parole, sono i giri di frase, i modi di dire, le espressioni del linguaggio figurato, che, come gli specchi di certe favole, non cessano di riflettere le immagini di remote realtà svanite nel nulla, rendendo preziosa e spesso unica testimonianza del costume d’altri tempi.
E in omaggio ai tempi andati, quelli del «Campanon», e in ricordo dei compianti disegnatori della «Cittadella» Renzo e José Kollmann (da una cui cartolina è tratta la copertina del nuovo libro), A modo nostro si conclude con una scenetta radiofonica del «Processo alle parole»: sul banco degli imputati la parola «patoco», ovvero il triestin patoco, così verace («che se lo conossi ’pena che el verzi boca»). «Patoc» da «potamos»-fiume, dunque triestino fluente? No, non occorre scomodare il greco di Eraclito: è la semplice contrazione triestina della parola latina «patefactus», il cui significato è «evidente». Attraverso le parole – scrive Livia Zanmarchi de Savorgnani nell’introduzione – l’autore ricostruisce storie e usi di Trieste, nonché i tratti caratteriali e quindi anche i codici comportamentali più evidenti dei triestini», in un mondo che diventa sempre più cosmopolita, come è sempre stata Trieste.
«Basta una parola, una frase, di quelle sentite e ripetute nel tempo fin dalla nostra infanzia... per farci riconoscere l’uno con l’altro, fratelli, anche al buio, fra milioni di persone», diceva Natalia Ginzburg.
Umberto Saba. Itinerari Triestini / Triestine Itineraries

Il libro:
Umberto Saba. Itinerari triestini / Triestine Itineraries
A cura di Renzo S. Crivelli e Elvio Guagnini
288 pagine, € 19,50

Da IL PICCOLO del 16 dicembre 2007:

LETTERATURA / Gli itinerari del poeta in un libro di Crivelli e Guagnini
I passi perduti di Saba
tra le vie di Trieste
e i versi del Canzoniere


di Alessandro Mezzena Lona

Non si può capire la poesia di Umberto Saba se non si conosce Trieste. Se, almeno una volta, non si è provato a risalire l’erta rampa di via del Monte, se non ci si è lasciati portare dal vento che soffia sempre, rabbioso o carezzevole, sul vecchio Molo San Carlo, ribattezzato Molo Audace. Se seguendo la melodia dei suoi versi dedicati alla Lina e al buon Carletto, ma anche al fascino tormentato di una città «bella tra i monti rocciosi e il mare luminoso», non si va a cercare la libreria antiquaria, il caffè-latteria dove discuteva instancabile con gli amici, la casa dell’amata balia, i luoghi dell’infanzia del piccolo Berto.
No, non si può capire il «Canzoniere» senza Trieste. Perchè lui, il poeta che «pianse e capì per tutti», ha «sposato col canto» i suoi sogni e le angosce, i ricordi e gli amori, legandoli indissolubilmente alla «scontrosa grazia» della sua città. Finendo per confondere il proprio mondo, il proprio essere con quello del «ragazzaccio aspro e vorace» che lo ha visto nascere, crescere, invecchiare. Con la città che lo ha cullato e tormentato. Tanto che, pensando a Saba, ritorna alla memoria l’epilogo di quel libro straordinario che è «L’artefice» di Jorge Luis Borges. Dove un uomo, dopo aver trascorso la sua vita a disegnare una mappa del mondo, «poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».
Per cercare il volto di Saba, per trovare la chiave segreta dei suoi versi, bisogna entrare nel labirinto di linee che forma Trieste. Ed è proprio seguendo questa traiettoria che si sono mossi Renzo S. Crivelli, professore di Letteratura inglese all’Università di Trieste, e Elvio Guagnini, docente di Letteratura italiana alla facoltà di Lettere e Filosofia. Per ritrovare i passi perduti del poeta. Per dare forma a quegli «Itinerari triestini» dedicati all’autore del «Canzoniere», che adesso sono diventati un libro, pubblicato nell’edizione bilingue in italiano e inglese da Mgs Press (pagg. 288, euro 19,50). Al volume hanno collaborato Sergia Adamo e Gianni Cimador, soprattutto per quanto riguarda le ricchissime schede che accompagnano i vari itinerari sabiani suggeriti.
Ma gli «Itinerari triestini» di Saba non sono solo un libro. Fanno parte di un progetto più grande, più ambizioso, che vuole fare di Trieste una sorta di museo degli scrittori a cielo aperto. Una delle città europee della letteratura, capace di attirare l’attenzione di chi vuole conoscere più da vicino Italo Svevo, James Joyce, Umberto Saba. Anche grazie alle targhe, posizionate nei siti più importanti legati alla vita degli autori, che sono già state realizzate grazie alla collaborazione tra l’Università di Trieste, il Comune e Turismo FVG.
Non ha mai barato con se stesso e con la propria città, Umberto Saba. Dopo averla definita, in poesia, romantica e scontrosa, ingrata e dolorosa, nevrotica e stravagante, nel discorso letto al Circolo della cultura e delle arti il 19 ottobre del 1953, in occasione del suo settantesimo compleanno, il poeta decise di fare i conti con lei una volta per tutte: «Devo premettere che io non sono stato un poeta triestino ma un poeta italiano, nato nel 1883 in quella grande città italiana che è Trieste. Non so nemmeno, se dal punto di vista dell’igiene dell’anima, sia stato per me un bene nascere, con un temperamento classico, in una città romantica; e con un carattere (come quello di tutti i deboli) idillico, in una città drammatica. Fu un bene – credo – per la mia poesia, che si alimentò di quel contrasto, e un male per la mia – diciamo così – ”felicità di vivere”. Comunque, il mondo io l’ho guardato da Trieste: il suo paesaggio, materiale e spirituale, è presente in tutte le mie poesie (o prose), anche in quelle (e sono la maggioranza) che non ne hanno nemmeno il nome».
Ed è proprio qui, dentro i confini dell’amata-odiata città, della ragnatela di strade e palazzi da cui tante volte si è allontanato, ma dove sempre è ritornato, che il poeta si trova a vivere quell’impasto di esperienze ed emozioni, di delusioni e speranze, che formeranno la trama dei suoi versi. Scoprendo di avere un padre, Ugo Edoardo Poli, che non si farà quasi mai vedere; imparando a recitare il «Padre nostro» (lui, educato dalla madre, Felicita Rachele Coen, alla conoscenza e al rispetto dell’ebraismo) dall’adorata balia, la slovena cattolica Peppa Gabrivoch sposata Schobar, a cui renderà omaggio nelle poesie del «Canzoniere»; trovando l’amore in una ragazza, la Lina, che diventerà la pietra angolare non solo della sua opera letteraria, ma anche della sua esistenza; guadagnandosi da vivere, prima di entrare in libreria, improvvisandosi «creativo» e inventando le locandine pubblicitarie per i film che proiettava suo cognato Enrico Wölfler al Cinema-Teatro Italia. Che, un tempo, stava proprio alle spalle della statua di Saba posta, da qualche anno, a presidiare l’incrocio tra via Dante e via San Nicolò.
Sparita gran parte della Cittavecchia dove Saba era nato e che aveva iniziato a scoprire fin da ragazzo, e che canterà in Trieste e una donna, rimodellata anche quella zona del vecchio rione di San Giacomo dove stava, tra l’altro, il Caffè Tergeste entrato nei versi della «Serena disperazione». restano comunque inalterati gran parte dei punti cardinali cittadini che hanno contrassegnato la sua vita. Dalla casa della Lina all’Accademia di Commercio e Nautica, che il poeta frequentò per un breve periodo dopo quattro anni di ginnasio; dallo studio di Edoardo Weiss, l’allievo di Freud che lo instradò con convinzione slla via della psicoanalisi, al Tempio israelitico detto Scuola Vivante. E così avanti.
Per la prima volta, dopo tonnellate di saggi accademici, il poeta del «Canzoniere» ritorna a vivere nella mole enorme di informazioni, storie, aneddoti, citazioni di versi, che gli autori di questi «Itinerari triestini» hanno saputo miscelare con grande bravura e intelligenza. E non stupitevi troppo se, da domani, vedrete girare per Trieste più d’uno con il libro in mano. Alla ricerca dei passi perduti di Umberto Saba.
 


L'altra dinastia. I quattro figli segreti di Francesco Giuseppe

Il libro:
L'altra dinastia. I quattro figli segreti di Francesco Giuseppe
di Hubert Pointinger
128 pagine, € 14,00

Da "IL CORRIERE DELLA SERA” del 12 maggio 2008:

DINASTIE / Rivelati gli amori clandestini di Francesco Giuseppe con una contadina, e i figli illegittimi che ne nacquero
Galeotta fu Reserl: spunta il ramo fantasma degli Asburgo

di Dario Fertilio

Proprio così, l’imperatore d’Austria-Ungheria era diverso da quel che ci ha tramandato l’iconografia ufficiale. Molto diverso. Per nulla formale e distante, o incapace di trattare con le donne o flemmaticamente refrattario alle passioni: in realtà, tutto il contrario, amante appassionato nelle malghe di montagna, seduttore ardito una volta allontanatosi dalla Hofburg e libero dagli obblighi di protocollo. Benché, naturalmente, restio a riconoscere i frutti delle sue avventure. Oltre al tempestoso rapporto coniugale con Sissi, fatto più di incomprensioni e distanze che di amplessi, nella sua vita non ci fu spazio soltanto per le amanti ufficiali, Anna Nahowski e Katharina Schratt. Ne esistette una terza, che si conquistò un posto nel suo cuore e generò una ricca (fino ad oggi segreta) discendenza. E lei, Theresia Pointinger, una sinuosa contadinotta chiamata scherzosamente «principessa del sale» (o "Reserl" dal suo imperiale amante), ricompensò le attenzioni di Francesco Giuseppe donandogli ben quattro figli, naturalmente mai riconosciuti. Un vero ramo parallelo degli Asburgo, il suo, rimasto nell’oblio sino a quando un discendente di quarta generazione - Hubert Pointinger, oggi pilota di linea cinquantenne - ha ritrovato documenti e fotografie, decidendo di raccontare tutto in un libro gustoso, L’altra dinastia. I quattro figli segreti di Francesco Giuseppe, tradotto in Italia dalla MGS Press di Trieste, pp. 128, € 14,00).
Ed ecco uscirne l’album di famiglia rimosso, zeppo di aneddoti, descrizioni e volti, spesso così simili nei loro tratti somatici a quelli ufficiali da sembrare uno scherzo del destino, o una caricatura: sono osti, contadini, mandriani o commercianti, ognuno con un suo "sosia" di sangue blu.
Questa insolita vicenda si svolge quasi tutta in una valle dell’Oberburgau fatta di prati, boschi e ripidi pendii rocciosi, uno scenario che sembra tolto di peso alle scene agresti di celebri film austro-ungarici come Sissi (quello con Romy Schneider) o anche Tutti insieme appassionatamente (con Julie Andrews). La visione di questa Theresia - occhi tra l’azzurro e il verde, lineamenti delicati e capelli biondi, avvolta nel suo Dirndl dal corpetto aderente, le braccia cariche di boccali di birra da servire ai clienti - fulmina l’imperatore per la prima volta nel 1863 (lei ha diciassette anni, più o meno l’età di Sissi quando conosce Francesco Giuseppe, lui trentatré), ma lo conquista definitivamente più tardi, nella primavera del 1869. Lei questa volta porta il bestiame al pascolo lungo la strada che conduce agli alpeggi: ha appena finito di sistemare le mucche, pulire la stalla e centrifugare il latte per fare la panna, quando un cacciatore che sale verso la baita attira la sua attenzione. Porta un cappello grigio di feltro, un giubbotto in loden e calzettoni dello stesso colore. Si riconoscono, e lei ha l’ardire, o la sfacciataggine, di farlo accomodare nella baita. Fuoco acceso, Schmarren in padella, profumo d’abete, silenzio intorno: finisce come doveva finire, secondo i gusti agresti e campestri di un uomo talmente succube dell’etichetta da essere evidentemente desideroso di ripudiarla. L’amore tra i due si conclude all’alba; nell’occasione pare sia risuonata per la prima volta la formula di congedo imperialregia, destinata a diventare proverbiale: «Addio mia cara Reserl, è stato bello, mi è piaciuto molto».
Segue l’inevitabile periodo di separazione, la gravidanza di Theresia e il parto all’inizio del 1870: per il figlio illegittimo dell’imperatore lei sceglie il nome di Anton. Ma non bisogna immaginarla delusa o umiliata dall’esperienza: è orgogliosa, piuttosto, d’essere considerata «l’amichetta del Kaiser». La bella Reserl gli si concede ancora nell’autunno dello stesso anno, nella malga dell’Eisenau, e questa volta il frutto è una femmina, Franziska. Memorabili momenti per la protagonista della storia: cucitrice e malgara, in difficoltà economiche crescenti a causa di un cattiva gestione degli affari di famiglia (della quale non ha colpa), amareggiata dalla perdita della madre e da contrasti con la cognata, custodisce dentro di sè il segreto dell’amante imperiale. Che torna a trovarla nel 1872, con la scusa dell’archeologia e della caccia - e questa volta vedrà la luce il loro terzo figlio, Matthias, bisnonno di Hubert il pilota, l’autore del libro. Nuovo periodo di separazione, quindi l’ultima fiammata: nella malga di Scharternalm, dove nel frattempo si era trasferita, Theresia torna ad essere la piccola Reserl fra le braccia del suo Franz (segue inesorabile la quarta gravidanza, nasce una femmina di nome Wilhelmine). Quindi gli eventi precipitano: langue l’impero, declina la dinastia, e con loro anche la famiglia contadina dei Pointinger, come se lo strano destino che li ha uniti all’inizio continuasse a tenerli avvinti. Il resto non conta: resistono nella memoria quelle ore d’amore rubate, le ansie di Reserl legate agli alti e bassi della relazione coniugale di Francesco Giuseppe con Sissi, la gelosia che prova di fronte alla passione di lui per le giovinette (dopo Theresia entrerà in scena Anna Nahowski, a soli diciassette anni). Nulla si sa dei reali sentimenti provati dal padre illustre per i suoi figli illegittimi. Ma, forse, il ricordo delle ore carnali trascorse lassù nella malga saranno tornate a consolare molto più tardi l’imperatore vegliardo, al tempo in cui «proprio nulla gli venne risparmiato».